Anche le pietre dure fiorentine non si sottrassero all’ispirazione archeologica, che dominò internazionalmente le arti applicate nell’ultimo quarto del Settecento. Segnarono una svolta in questa direzione i due modelli del 1780, dipinti da Antonio Cioci per una coppia di tavoli, visibili nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti, che su fondo di porfido presentano una natura morta di vasi antichi, ripresi da modelli reali.
Cinque anni dopo, due consolle da un suo modello riuniscono il meglio dei vasi greci delle collezioni di Pietro Leopoldo, celebrandoli in un materiale ben più durevole delle incisioni, che illustravano all’epoca i cataloghi delle raccolte di Antichità.
Attinge da repertori a stampa di rilievi d’età romana anche il classicismo castigato di Lamberto Cristiano Gori, maestro insuperato della scagliola, un genere molto apprezzato a corte come dalla società inglese residente o di passaggio a Firenze.
Il gusto archeologizzante accomuna arredi diversi, come conferma il tavolo di diaspro di Corsica, con medaglione ispirato alla pittura vascolare, ripreso da un’incisione del celebre catalogo di Antiquitées della collezione di Lord Hamilton. Lo stesso motivo si trova replicato su un piano di scagliola, che simula la tecnica del micromosaico, anche questa ispirata all’antichità romana.
Nello stesso periodo, la collaborazione con la Galleria dei Lavori del pittore Santi Pacini, poliedrico interprete dell’estetica neoclassica, è volta a celebrare le moderne fabbriche granducali innalzate da Pietro Leopoldo, in una coppia di consolle (con la veduta delle Terme di Montecatini, nella Galleria Palatina), che segnano l’approccio delle pietre dure al tema della veduta architettonica