Il terzo esponente della famiglia dei Siries, Luigi, fu attivo per la Zecca fiorentina dagli anni settanta del Settecento, quando si affermò come orafo e incisore di metalli presso una clientela non solo cittadina. Fu in rapporto con il grande pittore Joshua Reynolds, e ne pubblicò nel 1778 i Discorsi sulla pittura, incorrendo nella velenosa polemica di Giuseppe Baretti, che si sentì defraudato della traduzione fattane dall’inglese.
L’intraprendenza di Luigi Siries si rifletté sulla manifattura diretta dal padre Cosimo, già prima di succedergli nel 1789, favorendone il nuovo percorso ispirato alla voga archeologizzante e alle nature morte di Antonio Cioci degli anni ottanta, e aprendola contemporaneamente a collaborazioni con altri artisti accreditati a Firenze, come Santi Pacini e Giuseppe Macpherson. Specialista in miniature e piccoli ritratti, Macpherson contribuì all’affermarsi di un nuovo genere di creazioni in pietre dure: a partire dagli anni ottanta del Settecento, a uscire dalla Galleria non furono solo impegnativi arredi di corte, ma anche minuti e squisiti accessori per l’eleganza personale, come tabacchiere, astucci, gioielli e simili ‘galanterie’, che sarebbero rimaste con successo in produzione fino a tutta l’epoca Impero.
Fra i progetti proposti dal direttore della Galleria dei Lavori Luigi Siries al nuovo Granduca Ferdinando III, regnante dal 1791, fu una serie di Vedute contemporanee dei monumenti di Roma antica, destinate ad arredare una stanza della reggia di Pitti.
Ispirati alle fortunate incisioni di Giovan Battista Piranesi, i quadri a mosaico di pietre dure avrebbero riproposto in termini di attualità la pinacoteca lapidea, varata quarant’anni prima dallo Zocchi per l’Imperatore d’Austria. Allo scopo furono approntatati sei modelli su tela, dipinti a Roma dal poco noto Ferdinando Partini, e al loro arrivo a Firenze affidati, per migliorarli, a Giovan Battista Dell’Era, affermato ritrattista di origine lombarda, che aggiunse delicati personaggi in quattro delle sei Vedute della serie.
Dei sei modelli con Vedute di Roma, solo quattro furono tradotti in pietre dure, e fra questi la Veduta del Tempio della Pace, è qui presentata al pubblico per la prima volta; i personaggi elegantemente in posa in primo piano sono i membri stessi della famiglia Siries, ritratti dal pittore Dell’Era, amico personale di Luigi.
La realizzazione in pietre dure delle Vedute di Roma, come altri lavori all’epoca in corso nella manifattura, s’interruppe per l’arrivo dell’esercito napoleonico a Firenze, nel 1799, e la conseguente soppressione del Granducato di Toscana.
L’attività della Galleria dei Lavori riprese, e a ritmo brillante, con l’istituzione da parte di Napoleone del Regno d’Etruria, nel 1801. Maria Luisa di Borbone, Regina Reggente dal 1803, coltivò una speciale predilezione per le gioie e le pietre dure, incaricando la manifattura della preparazione di arredi, come pure di parures e piccole preziosità per il suo corredo personale e per doni destinati all’entourage cosmopolita della corte.
Anche al di fuori della manifattura continuò a Firenze la fortuna della glittica, dove rinomato autore di cammei classicheggianti fu Giovanni Antonio Santarelli, titolare della “Scuola d’intaglio in gemme” attiva all’Accademia di Belle Arti.
L’arrivo a Firenze nel 1809, come Granduchessa di Toscana, di Elisa Bonaparte Baciocchi, sorella dell’Imperatore, fu di ulteriore incentivo per la Galleria dei Lavori, chiamata a gratificare con le proprie creazioni i massimi esponenti dell’Impero napoleonico. L’Imperatrice Josephine e Carolina Bonaparte Murat, regina di Napoli, ricevettero da Firenze due parures di gioielli di pietre dure legate in oro, mentre a Napoleone Elisa destinò un grande centro tavola di lapislazzuli, o surtout, con decori classicheggianti e panoplie guerresche.
Cominciato dalla reggente d’Etruria e proseguito da Elisa per l’Imperatore, lo smagliante surtout può essere visto come simbolo della continuità della manifattura di corte, a fronte della fortuna effimera dei napoleonidi. Dopo la Restaurazione, passò in proprietà a Ferdinando III di Asburgo Lorena, ritornato sul trono di Toscana: il Granduca affidò a Carlo Siries, succeduto al padre nel 1811 e ultimo direttore della sua famiglia, il compito di far rimuovere dal centro tavola l’iniziale napoleonica che vi era intarsiata, e che fu sostituita da un’emblematica colonna trionfale.