
Nei primi mesi del 1856 uno degli argomenti più dibattuti negli incontri al Caffè Michelangelo era quello della pittura di paesaggio, portata alla ribalta dalle entusiastiche narrazioni di Serafino De Tivoli e dell’Altamura che, freschi del loro soggiorno parigino, alludevano misteriosamente al ton gris adottato dai paesaggisti francesi e all’uso dello specchio nero che, eliminando i colori intermedi, consentiva di cogliere la totalità del chiaroscuro, cioè la ‘macchia’.
L’immediata adesione di quei pittori alla poetica di Barbizon si veniva ad innestare del resto sulle prime esercitazioni en plain air della cosiddetta “scuola di Staggia”, nel cui ambito lo stesso De Tivoli e i fratelli Carlo e Andrea Markò avevano superato le commozioni del paesaggio romantico – ancora vive ad esempio nella pittura di Fontanesi – in nome di un naturalismo più analitico e definitivamente affrancato dai modelli seicenteschi e dalle altre convenzioni proprie del genere.